17.11.09

SALVATORE VAIANA, Il poeta-sindacalista Vito Mercadante e le sue radici nel mondo contadino prizzese

Pubblicato in "Materiali per una didattica e una pedagogia antimafia", inserto dell' "Annuario 1994-95" dell'Itcg "A. Volta" di Nicosia (En), 1995.

1. Vito Mercadante nacque a Prizzi (PA) il 13 luglio 1873. Il padre Stefano era esattore dell’Ufficio imposte di Prizzi; la madre Antonietta era figlia di Giuseppe Carrara, un messinese che preferì alla avvocatura il teatro, “riuscendo ben presto a metter su una compagnia di prosa di qualche rinomanza”. [1]

Compì gli studi elementari a Prizzi. Pur senza recidere completamente i legami con l’amato Paese natio, che sarà anzi rappresentato abbondantemente nelle sue opere, visse la maggior parte della sua vita a Palermo dove frequentò le scuole secondarie. Per motivi familiari non poté terminare gli studi alla facoltà di ingegneria e dovette invece svolgere il lavoro di impiegato presso le Ferrovie dello Stato.
Nel 1902 pubblicò Spera di suli, un’operetta in versi dedicata alla fidanzata, morta giovanissima per etisia, che amò profondamente e cantò nei suoi versi. Queste poesie, che poi entrarono a far parte di Focu di Muncibeddu, furono molto apprezzate dal critico Ragusa Moletti.
Nel 1904 scrisse e pubblicò Castelluzzo, una raccolta di 14 sonetti in lingua italiana. L’opera fu scritta in occasione della strage di contadini compiuta dalle forze dell’ordine nel 1904 a Castelluzzo (TP). E’ già una prima testimonianza artistica della scelta di campo compiuta dal poeta.
Nel dicembre del 1908, all’indomani del terremoto che distrusse Messina, scrisse L’omu e la terra, pubblicata poi nel 1910. L’opera è composta da sei poesie di vario metro e un sonetto, e vuole evidenziare la “enorme forza della gente siciliana di ritornare al lavoro e alla vita dopo che la natura le aveva distrutto beni e affetti”.[2]
Nel 1910 pubblicò anche Focu di Muncibeddu, la sua opera massima, e Lu Sissanta”, in occasione del cinquantenario dei Mille.
Quest’ultime tre opere rappresentano l’apice della creatività poetica del Mercadante.
Nel 1911, il Nostro, che intanto a Palermo andava rappresentando “il punto di riferimento di quanti trovavano impossibile uscire con dignità umana dalla situazione in cui erano immersi… con il liberalismo di Giolitti che s’appoggiava alla mafia“[3], scrisse l’opuscolo propagandistico La ferrovia ai ferrovieri, con prefazione di Vilfredo Pareto e contenente anche una lettera di Giorgio Sorel. E’ questo il periodo di massimo sviluppo del sindacalismo rivoluzionario di matrice soreliana, che coinvolse totalmente il poeta-sindacalista.
Nel 1915, quando l’Italia entrò in guerra “fu interventista. Ma per il suo passato di sindacalista rivoluzionario gli venne respinta la domanda di volontario”.[4]
Terminata la prima guerra mondiale “organizzò le cooperative di combattenti, promosse le affittanze dei feudi, alcuni dei quali vennero strappati ai mafiosi gabelloti, istituì una cooperativa edilizia per i ferrovieri di Palermo”.[5] Il 20 gennaio del 1920, contro la politica antioperaia del governo, scesero in lotta i ferrovieri, che paralizzarono la vita del Paese. Forte fu la partecipazione dei ferrovieri palermitani. Il giornale di Palermo “La dittatura proletaria” del 31-1-1920 così titolava un suo articolo: “Lo sciopero ferroviario: la invincibile fermezza degli scioperanti sconcerta le classi dominanti”. Gli scioperanti erano capeggiati da Francesco Guarratana e Vito Mercadante.
Durante il periodo della dittatura fascista, coerente con le sue idee di giustizia sociale e di libertà, rifiutò fermamente la carica di sottosegretario all’agricoltura propostagli dal Ministro Rossoni. Successivamente pagò questa scelta ideale subendo il licenziamento da impiegato delle Ferrovie.
Fra il 15-12-1926 e il 15-1-1927 pubblicò sulla rivista “Sicilia” la commedia vernacola in tre atti Mastru Mircuriu, ritenuta da A. Verzera un “piccolo capolavoro del teatro dialettale siciliano”.[6] Il fascismo ne proibì la rappresentazione al teatro Biondo di Palermo perché, a detta del Verzera, “le autorità avrebbero visto riflesse nel lavoro le idee politiche dell’autore: l’uguaglianza delle classi sociali, che pone su uno stesso piano l’umile e saggio calzolaio, mastru Mircuriu, e il sindaco” tiranno.[7]
“Costretto a vivere con una misera pensione, sorvegliato in continuazione dalla polizia, staccato dalla sua gente ... nonostante fosse maturo come poeta, vinto dal male umano, non trovò nessuna ispirazione nella poesia e la sua musa tacque”.[8] Morì a Palermo il 28 novembre del 1936.

2. Antonio Verzera, il primo ad occuparsi in maniera organica delle opere di Vito Mercadante, colloca, anche se prudentemente e con qualche riserva, il poeta nel secondo romanticismo.[9] Di diverso avviso è il prof. Vito Mercadante. profondo e attendibile studioso delle opere del suo omonimo zio. A tal proposito, ecco cosa sostiene il professore: “E galantuomini che si sono interessati del Mercadante, penso a Guglielmo Lo Curzio, ad Antonio Verzera, educati alla critica molto intuizionistica, poco attenta a una lettura scientifica dell’opera d’arte e tagliata dal contesto storico e geografico in cui essa si realizza, hanno creduto, pensando di rendere un buon servizio al poeta, di salvare schegge di poesia in seno ad un genere minore qual è la poesia dialettale”; laddove invece si tratta di una “robusta opera di respiro europeo”, “una grande poesia. degna degli antichi poemi. alimentata e modulata da una grande cultura e una forte avventura storica, pervenuta eccezionalmente in Sicilia senza il tramite italiano”.[10]
Secondo il Verzera, il poeta professa “un socialismo romantico, di derivazione roussoiana ... così commovente, così simile per tanti aspetti, ad un cristianesimo primitivo”[11]: “ ... politicamente, il Mercadante dovette sentirsi attratto ... verso quel socialismo umanitario e filantropico che aveva interessato altri spiriti eletti del suo tempo, dal De Amicis al Pascoli ed al Verga”.[12] Anche in questo caso il prof. Mercadante si distanzia radicalmente dal Verzera nell’analisi del pensiero del poeta-sindacalista: questi aderisce alla “dottrina soreliana come filosofia, come scienza politica, come prassi… come estetica…“[13]; “Il sorelismo ... rilanciava l’uso della violenza come lotta di classe ... come strumento atto a mettere in moto quel mondo contadino da Vito Mercadante considerato l’unica forza sociale sana della Sicilia”:[14] “Vito Mercadante accolse, assieme al nuovo rappresentato dalla dottrina di Sorel, anche l’antico: la civiltà contadina…[15].

3. A nostro avviso, si cadrebbe nel folklore e sarebbe parziale parlare del mondo contadino prizzese e di Vito Mercadante se non si accennasse almeno alla straordinaria, unica e ormai irripetibile figura di Nicola Alongi (n. 23/01/1863 - m. 01/03/1920), grande dirigente del movimento contadino prizzese fin dalle sue prime esperienze giovanili nel locale Fascio dei lavoratori diretto da S. Tortorici e G. Marò.
Il professore Mercadante afferma che “il contadino” prizzese non fu “certamente inventato dal Mercadante, ma da lui creato assieme a Nicola Alongi nelle campagne di Prizzi”.[16] A noi l’affermazione sembra una forzatura perché non ci fu in realtà alcun atto di creazione del “contadino” in quanto soggetto storico attivo e cosciente, semmai contadini, che esistevano già come movimento organizzato fin dalle prime esperienze di lotta nei Fasci siciliani[17], furono guidati coraggiosamente e con grande (e sbalorditivo! data la sua cultura elementare) intuito politico dall’Alongi che, dopo averli portati nelle piazze, guidati all’occupazione dei feudi, gli diede la prima forma di coscienza politica e tentò la via dell’unità di classe cantadini-operai in collaborazione con Giovanni Orcel, segretario della FIOM di Palermo[18].
Vero è però, che il Mercadante seppe rappresentare in versi (e anche in prosa) questo mondo contadino, che era le sue radici, il suo essere più profondo: egli, infatti, andava descrivendo “tutti i casi fra cronaca e storia che accadono a Prizzi in quegli anni di forte tensione sociale e politica: la festa del primo maggio, lo sciopero per la stretta della produzione del frumento, l’emigrazione, la ferma militare”[19]. Ma egli non potè partecipare attivamente a quei gloriosi e travolgenti avvenimenti storici di lotta di classe e di lotta contro la mafia del feudo perché “pur restando legato al suo paese, ai contadini ... a Cola Alongi, andava affermandosi, in quanto impiegato alle Ferrovie, come dirigente nazionale di quel sindacato che sotto la sua guida si manifesta come la punta di diamante dello schieramento rivoluzionario in Italia”[20].
Nicola Alongi fu ucciso dalla mafia del feudo il primo marzo del 1920, a pochi mesi dall’assassinio, avvenuto il 22/9/1919, del suo compagno di lotte e segretario della sezione socialista di Prizzi Giuseppe Rumore[21].
Certo il movimento, decapitato, cominciò a rifluire, (e non solo Prizzi), anche per l’avvento della dittatura fascista che, se da un lato colpì la piccola mafia, protesse dall’altro i grandi proprietari terrieri mafiosi. Ma la sua eredità non andò perduta: nel secondo dopoguerra fu raccolta da quei contadini che nel “Paese di Nicola Alongi” continuarono la lotta per la terra, guidati dal contadino Antonino Leone, fondatore della locale sezione del Partito Comunista Italiano, ed erede del radicalismo rivoluzionario e classista dell’Alongi. Fu una sentita lotta (l’ultima) che purtroppo non portò alla realizzazione del secolare sogno dei contadini (creatori da sempre di beni - e che beni!: quelli primari - mai fruitori di ricchezza, la loro): la divisione dei feudi e l’assegnazione della terra ai suoi lavoratori: e così tanti, definitivamente frustrati nella loro aspirazione più profonda, dovettero emigrare, costretti a rinunciare ai tre valori fondamentali e millenari del pacifico. e da sempre martoriato dalle tante dominazioni, popolo siciliano: la Famiglia, la Casa, la Terra di Sicilia. Antonino Leone rimase, e continuò nella nuova realtà sociale degli anni Cinquanta e Sessanta, la battaglia degli oppressi su un nuovo piano, quello politico- amministrativo.
In un periodo di verticale caduta degli ideali e delle lotte per l’emancipazione, di falsi valori consumistici, di offuscamento televisivo delle coscienze, sentiamo il dovere morale di ricordare questi grandi martiri dell’idea e di additarne l’esempio, come insegnanti e formatori di coscienze autonome civili e critiche, ai nostri giovani studenti che rappresentano la speranza di chi sogna e opera per un mondo a misura d’uomo. Realizzare l’utopia di un umanesimo integrale: questo deve essere il fine educativo ultimo della scuola.

4. Dall’opera di Vito Mercadante, Focu di Moncibeddu, abbiamo tratto le seguenti tre poesie in dialetto: “Sicilia”, “Primu di maju”, “L’elezioni”.
Nelle 11 quartine della “Sicilia” il poeta ci parla della sua partenza e del suo ritorno dal servizio militare e delle bellissime città d’Italia che egli, in quelle occasioni, visita. Rimane affascinato dagli splendori del mondo, del progresso e della civiltà, ma il suo cuore batte per la dolce terra di Sicilia “sbucciata comu un ciuri ‘ntra lu mari”, però anche terra “scunsulata”. “unni passanu l’anni, abbannunati. li niegghiu figghi di lu to duluri” , “unni l’odio si ferma e la vinnitta. unni l’amuri adduma sinu all’ossa”.
E’ la terra per il cui riscatto lottò tutta la vita il Mercadante, per cui lottarono i contadini siciliani, i contadini di Prizzi Tortorici e Marò. Alongi e Rumore ed infine Nino Leone.
Sono versi commoventi, che nascono dal “cuore”, che, per certi aspetti ci richiamano alla mente quelli scritti successivamente da Salvatore Quasimodo nella poesia “Lamento per il Sud”: “Oh, il Sud è stanco di trascinare morti / in riva alle paludi di malaria, / è stanco di solitudine, stanco di catene, / è stanco nella sua bocca / delle bestemmie di tutte le razze / che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi, / che hanno bevuto il sangue del suo cuore. / Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti, / costringono i cavalli sotto coltri di stelle, / mangiano fiori d’acacia lungo le piste / nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse…”.
Nella seconda poesia, “Primu di maju”, i contadini e gli zolfatai, provenienti dai paesi limitrofi a Prizzi, si godono allegramente la loro festa, la festa dei lavoratori. con fanfare, slogan. bandiere e comizi, mentre la primavera con il suo sole indorato, le sue rondini, cardellini e passerotti. ed i suoi fiori sembra partecipare e fare da scenario alla festa: “e di sta festa nasci la spiranza, spiranza biniditta chi nun mori”.
Nella terza poesia, “L’elezioni”, si denuncia “l’opera di corruzione effettuata dalla mafia… nei confronti di un contadino educato dalla Lega alle lotte sociali e civili”[22].

Sicilia

Quannu, surdatu, partivu luntanu,
vitti cità palazzi e palazzati,
vitti Palermu, ‘mmenzu di l’aranci,
li strati longhi tutti profumati,

e ‘mmenzu l’oru di ddi gran ricchizzi,
a Murriali lu gran Patri Eternu,
chi un po pinsari cchiù a li puvireddi,
pirchì nun senti né estati né ‘nvernu.

Napoli bedda vitti, tutta suli;
Firenzi ‘na cità chi fa sunnari;
Milanu cu lu domu ‘ntra la negghia;
Venezia d’oru chi nni fa ‘ncantari;

a lu ritornu vitti puru Roma,
vitti San Petru cu li culunnati;
vitti li maravigghi di stu munnu,
di lu prugressu e di la civirtati.

Vitti, ma lu me cori a tia turnava,
a tia, Sicilia mia, terra ‘ncantata,
sbucciata comu un ciuri ‘ntra lu mari,
terra di tantu amuri e scunsulata.

Turnava lu me’cori, adduluratu,
a li muntagni nudi, a li chianuri,
unni passanu l’anni, abbannunati,
li megghiu figghi di li to duluri;

a li vaddati unn’è ca nun c’è strati,
né senti friscu di la ferruvia;
unni, davanti a quarchi cacciaturi,
la vurpi sata ‘mmenzu di la via;

a li feudi to senza cunfini,
chi abbivirati su’ di amaru chiantu,
mentri lu lecu luntanu arripeti
‘na vuci, un chiamu, un suspirusu cantu;

unni l’odiu si ferma a la vinnitta,
unni l’amuri adduma sinu all’ossa,
e l’amicizia sulu po finiri,
comu lu patimentu, ‘ntra la fossa.

Duna, pinsava, terra sdirilitta,
duna l’ogghiu, lu vinu, lu rialforti,
dunaci l’oru di li toi surfari,
spremi li figghi toi finu a la morti!

Cussì turnava a tia, quannu ‘ncuntrava
Quarchi facci patuta e pinsirusa,
turnava a li dulura senza fini
di la to razza forti e ginirusa.

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Note
[1] A. Verzera, Un poeta dì Sicilia: Vito Mercadante, ed. Palma, Palermo, 1965.
[2] Vito, prof. Mercadante, “Introduzione a Vito Mercadante”, in Vitu Mercadante, Focu di Muncibeddu, Sigma edizioni, Palermo, 1991.
[3] Vito, prof. Mercadante, “Vita di Vito Mercadante”; in Vitu Mercadante, Lu sissanta!, ed. Edrisi, Palermo, 1982.
[4] Ibidem.
[5] Ibidem.
[6] A. Verzera, op. cit.
[7] Ibidem
[8] V. Mercadante, Lu sissanta!, op. cit.
[9] A. Verzera, op. cit. “Inquadrare il Mercadante nella letteratura del secondo romanticismo risulta, per la stessa cristallina evidenza della sua poesia, in gran parte arbitrario, anche se giustificato da un’esigenza metodologia non del tutto priva di fondamento” (pag. 17). “lI M. fu senza dubbio, cronologicamente parlando, un tardo romantico; e tale egli appare, solitamente, nella sua produzione in lingua e in taluni frammenti dei suoi poemi siciliani.
[10] V. Mercadante, Focu di Muncibeddu, op. cit.
[11] A. Verzera, op. cit.
[12] Ibidem.
[13] V. Mercadante, Focu dì Muncibeddu, op. cit.
[14] Ibidem, pp. 13-14
[15] Ibidem. p. 12.
[16] Vito, Prof. Mercadante, Vito Mercadante, poeta e sindacalista, in Sindacato, aprile 1981 n. 3, Palermo.
[17] Sul Fascio dei lavoratori di Prizzi, cfr. Giuseppe Casarubea, I fasci contadini, BLS.
[18] Sul rapporto Alongi-Orcel, cfr.. G. C. Marino, Partiti e lotta di classe in Sicilia, ed. De Donato. Bari. 1976.
[19] V. Mercadante, Focu di Moncibeddu, op. cit.
[20] Ibidem.
[21] Sulla morte di G. Rumore, cfr. lettera di M. Vallone, pubblicata nel 1919 su “La Riscossa socialista”.
[22] V. Mercadante, “Focu di Mungibeddu”, op. cit., p, 20

Salvatore Vaiana

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