7.12.12

SALVATORE VAIANA, Un poeta e commediografo «erede» di Vito Mercadante: Giovanni Formisano


Marco Scalabrino
Giovanni Formisano Poeta e Commediografo

Edizioni Drepanum
Trapani 2012





Poeta, narratore, saggista, dialettologo e traduttore, o per dirla in sintesi siciliano doc Marco Scalabrino. Un amore sconfinato per la mitica Trinacria il suo, che lo porta a tradurre opere di autori stranieri contemporanei in Siciliano e a scivere poesie in dialetto siciliano con traduzioni in Francese, Inglese, Italiano, Spagnolo, Tedesco e perfino in Latino.
Siciliano e sicilianista, convinto com’è dell’esistenza di una «nazione siciliana» le cui origini risalirebbero al «lontano 424 a.C. con la virtuale costituzione ad opera di Ermocrate». Espressione alta e prima di questa nazione sarebbe il dialetto «Siciliano»: «un organismo capace di resistere alle influenze delle disparate altre culture con le quali si è “incontrato”», da quella greca fino alla spagnola. Fra le persistenze che lo caratterizzano, evidenzia Scalabrino, c’è un’assenza significativa, la mancanza del tempo futuro: «Nel dialetto siciliano manca il tempo futuro dei verbi e ogni proposizione pertinente a un’azione futura viene costruita al presente e al verbo si associa un avverbio di tempo». Ciò, dice Scalabrino citando Paolo Messina e questi Tomasi di Lampedusa, porta i siciliani ad essere «padroni del tempo» a considerarsi addirittura «Dei» in una visione che vuole «scongiurare la morte» come sembra appunto suggerire l’uso di «un presente che si appropria del tempo futuro.
Qualcosa comincia a incrinarsi dopo l’unità d’Italia, con precisione durante il fascismo, con «un’ingente influsso dell’Italiano» sul dialetto siciliano. A sostegno di ciò cita - attraverso Salvatore Riolo - Vito Mercadante, il poeta-sindacalista prizzese da lui studiato nel saggio Vito Mercadante e “Focu di Muncibeddu”, pubblicato in R. Faragi - M. Scalabrino - S. Vaiana, Vito Mercadante Dimensione storica e valore poetica, edizione a cura del Comune di Prizzi. Il Mercadante nel 1933 scrisse: «I poeti dialettali della nuova generazione testimoniano – sia pure con qualche eccesso – di questo periodo di transizione del dialetto; ciò non è né bene né male: semplicemente è».
Ed è partendo da questa affermazione mercadantiana che Scalabrino, nel suo saggio biografico Giovanni Formisano Poeta e Commediografo analizza meticolosamente sul piano grammaticale e linguistico alcune poesie del Formisano, poeta catanese, uno degli «eredi del patrimonio lirico proveniente da Vito Mercadante e da Vanni Pucci» (S. Di Pietro),  che presumibilmente conobbe e di certo ammirò il Mercadante: «Che Vito Mercadante, il poeta di Prizzi (PA), sindacalista e antifascista, autore di Focu di Muncibeddu, e Giovanni Formisano si conoscessero di persona non è emerso dalla documentazione nella nostra disponibilità. Malgrado ciò, CAMPANI [ricompresa nel volume Canzuni senza patri e senza matri del 1934 e dunque Mercadante, 1873-1936, in vita], reperita su Arte e Folklore di Sicilia numero di marzo-aprile 1983, dà atto di un qualche rapporto fra i due, per cui la circostanza della loro conoscenza non è inverosimile».
    A parte le idee non condivisibili sulla cosiddetta nazione siciliana, un’invenzione della ideologia sicilianista e del sicilianismo delle classi dirigenti siciliane di ieri e di oggi che hanno fatto della Sicilia una terra di mafia, il lavoro di Scalabrino contribuisce indubbiamente a una conoscenza più ampia e approfondita della poesia e della lingua siciliane del Novecento.



Riporto di seguito il testo E vui durmiti ancora di Giovanni Formisano, musicato da Gaetano Emanuele Calì. Il testo è quello riportato da Scalabrino a pag. 36 del suo libro.


E VUI DURMITI ANCORA

Lu suli è già spuntatu di lu mari
e vui, bidduzza mia, durmiti ancora,
l'aceddi sunnu stanchi di cantari
e affriddateddi aspettanu cca fora,
supra ssu balcuneddu su' pusati
e aspettanu quann'è ca v'affacciati.

Li ciuri senza vui non ponnu stari,
su' tutti ccu li testi a pinnuluni,
ognunu d'iddi non voli sbucciari
su prima non si grapi ssu balcuni,
dintra li buttuneddi su' ammucciati
e aspettanu quann'è ca v'affacciati.

Lassati stari, non durmiti cchiui,
ca 'nzemi a iddi, dintra a sta vanedda,
ci sugnu puru iù, c'aspettu a vui
pri vidiri ssa facci accussì bedda,
passu cca fora tutti li nuttati
e aspettu sulu quannu v'affacciati.


Fiorello e Andrea Bocelli - E vui durmiti ancora


Nessun commento:

Posta un commento