30.6.12

SALVATORE VAIANA, Amministrazioni e movimenti popolari a Canicattì fra il 1892 e il 1952

Pubblicato su "Argomenti", rivista del Rotary Club di Canicattì, giugno 2012.

Fra gli eventi storici canicattinesi di medio periodo è di notevole rilievo il movimento per l’abbattimento del latifondo, durato circa sessant’anni. La storia del latifondo, di cui questo movimento è l’epilogo, a sua volta è ulteriormente dilatata poiché il latifondo, com’è noto, nasce nel 1812 dalle ceneri del feudo di origine normanna.

Nel corso del suo dispiegarsi nel tempo questo movimento produsse altri eventi storicamente importanti: la formazione di amministrazioni popolari, la nascita e lo sviluppo del sindacato, la istituzione di cooperative.

Esso si evolse in quattro tempi a causa di tre interruzioni (la repressione crispina dei Fasci, la prima guerra imperialista, il fascismo), lungo un arco di tempo che va dalla costituzione del Fascio dei Lavoratori alla Riforma agraria, dalla amministrazione Falcone alla amministrazione Cigna.

Nel primo trentennio post unitario i sindaci erano di nomina governativa e rappresentanti di quelle «classi agiate» che nella nota Inchiesta in Sicilia vengono definite «corrotte» e insensibili alle disperate condizioni di vita del popolo. Fu suor Vincenzina Cusmano a scrivere, in una lettera del 1887 al fratello Giacomo, che Canicattì era un centro in cui esistono «certi tuguri dove la miseria è straziante» e in cui ai poveri «le famiglie agiate danno quattro soldi o due soldi alla settimana; spesso, peraltro, non si trovano in casa, e perciò non danno niente», e in cui «il Sindaco, purtroppo, crede che il Povero [...] dev’essere trattato né più e né meno come a casa propria: col solo pane e senza pulizia, senza rimedi e senza medici». Era una plebe abbandonata al suo destino da famiglie più che agiate e ben rappresentate ai massimi livelli amministrativi e politici dagli onnipotenti La Lomia e Gangitano (un La Lomia era stato ministro del Regno delle Due Sicilie e un Gangitano senatore del Regno d’Italia). Ma a fine secolo il vento del cambiamento cominciava a spirare. La rottura con una cultura che voleva i poveri “vinti” per sempre arrivò nel biennio 1892-93.

Il 1892 fu l’anno in cui Canicattì ebbe per la prima volta un’amministrazione diretta da un sindaco amico del popolo, l’avv. Vincenzo Falcone, «un possidente socialista amateur» (Adolfo Rossi). I cittadini ne intercettarono la disponibilità e, non essendo più disposti ad accettare gli odiosi dazi comunali, ne chiesero l'abolizione; ed ottennero una prima vittoria, anche se parziale, infatti l’amministrazione ne deliberò la riduzione.

Il 1893 fu invece l’anno di fondazione del Fascio dei Lavoratori. E fu Rossi ad averne dato rilievo presentandone il presidente avv. Gaetano Rao, «un possidente che poteva vivere tranquillamente di rendita, ma che, dotato di gran cuore, si era dato tutto al socialismo», e intervistando uno straordinario contadino, Salvatore Giordano, il quale dichiarò: «Il Fascio vuol dire pane e lavoro. I borghesi proprietari sono d’accordo tutti per pelarci: bisognava che ci mettessimo finalmente d’accordo anche noi per essere trattati meglio. Noi abbiamo subìto finora i loro patti: oggi dobbiamo cambiare. I padroni fanno i conti sui loro tavoli e oggi anche noi cominciamo a farli nei nostri Fasci».

Con le idee di questo contadino «filosofo» il Fascio partecipò al momento più alto di quelle prime lotte, lo sciopero regionale per la modifica dei patti agrari, nel corso del quale a Canicattì vennero arrestati ingiustamente circa quaranta soci, che la magistratura giudicò poi «vittime di un arbitrio e li mandò in libertà».

Il 3 gennaio 1894 Francesco Crispi, espressione del blocco nazionale agrario-industriale, interruppe il processo organizzativo e rivendicativo dei Fasci con l’emanazione di provvedimenti eccezionali e la dichiarazione dello stato d’assedio, che a Canicattì portarono all’arresto di Rao e costrinsero alla latitanza parecchi fascianti, fra cui il giovane Giovanni Guarino Amella.

Lo spirito dei Fasci sembrò in qualche modo sopravvivere nelle città siciliane che ne erano state l’incipit: «Nel 1899 a Palermo, nel 1900 a Messina e nel 1902 a Catania i blocchi popolari formati da socialisti, democratici e qualche liberale riescono a vincere le elezioni con un programma di moralizzazione della vita pubblica» (A. Crisantino). Anche Canicattì ebbe il suo blocco popolare e ad esserne l’anima fu proprio il presidente del Fascio, Rao. La politica dei “blocchi” sarebbe diventata un “esperimento”, per dimostrare la validità di tale linea riformista, alla quale si sarebbe potuta opporre, la reazione antiproletaria o l’utopia rivoluzionaria (A. Mola). A Canicattì, come a livello nazionale e regionale la «reazione antiproletaria» era rappresentata dai Gangitano e «l’utopia rivoluzionaria» dai fratelli Domenico e Diego Cigna: né l’una né l’altra fecero parte del blocco popolare, anzi si allearono contro di esso.

L’avv. Domenico Cigna, anima del socialismo rivoluzionario fino al 1922, fondò il giornale “La Folgore Socialista”, (il primo di una fortunata stagione di giornalismo di sinistra, altro prodotto di quello storico movimento di massa) sul quale pubblicò degli «articoli di fuoco», che nel 1901 gli costarono l’arresto assieme al fratello Diego. Suo referente politico provinciale era Lorenzo Panepinto che dal 1903, attraverso il giornale “La Plebe”, divenne il punto di riferimento dei socialisti e delle leghe dei lavoratori della provincia di Girgenti. Nel 1903 Panepinto convocò un congresso socialista a cui aderì anche il Circolo Elettorale Socialista di Canicattì; ne diede notizia “La Plebe”, che annunciò anche l'apertura della prima Cooperativa di consumo canicattinese. L’obiettivo della Lega dei contadini era l’affittanza collettiva, che consisteva nell’affitto diretto, senza l’intermediazione del gabelloto mafioso, del feudo da dividere fra i soci affittuari per una gestione individuale. Un suo autorevole dirigente era Angelo Russo, che troviamo candidato con Domenico Cigna nella lista socialista per le elezioni del 1904.

Per le sue idee intransigenti l’avv. Cigna entrò in contrasto con la corrente riformista di Rao, definito dal giornale riformista “La Battaglia” uno dei «pochi coraggiosi precursori» del socialismo siciliano. I riformisti, alleati con i radicali di Guarino Amella, diedero vita a una lunga alleanza elettorale che generò nel 1906 e nel 1912 due amministrazioni di blocco popolare guidate da Rao.

Alle elezioni del 1906 per il rinnovo parziale del Consiglio Provinciale si contrapposero l'Unione Democratica Popolare di Rao e il blocco agrario rappresentato dalla «consorteria» liberal-conservatrice dei Gangitano. Con quest’ultima l'avv. Cigna diede vita a un'alleanza elettorale tattica per contrastare il blocco popolare, il quale però uscì vincente dalla competizione, e vinse anche alle comunali mettendo così fine all'amministrazione Gangitano.

Intanto, escluso da impegni amministrativi, il Cigna si dedicava alle lotte sociali e all’organizzazione politica e sindacale. Nel 1912 i socialisti vincevano un’importante battaglia sindacale: «la promulgazione del regolamento per le pensioni agli zolfatai», alla cui stesura contribuì l’avv. Rosario Livatino.

Nella campagna elettorale per le amministrative di quell’anno troviamo ancora da una parte i radicali di Guarino Amella e i social riformisti di Rao, dall’altra i massimalisti di Cigna, nuovamente in combutta con i Gangitano. Gli esiti elettorali riportarono Rao alla direzione del Comune (fra gli assessori troviamo Rosario Livatino) e Guarino Amella alla presidenza del Consiglio provinciale. Entrambi caratterizzarono le loro amministrazioni con un pronunciato spirito anticlericale.

Un momento unitario le due anime socialiste lo trovarono in occasione delle elezioni politiche del 1913 nell’appoggio dato al candidato Marchesano, avvenuto in un momento di fermento popolare, come si evince dal giornale “La Preparazione” che, fra l’altro, accenna alla costituzione di una «Grande Camera del Lavoro» come organizzazione unitaria delle diverse Leghe di zolfatari, muratori, fabbri, carrettieri, caprai, terrazzieri, dazieri e altre presenti in città, fra le quali primeggiava la “Lega di Miglioramento fra Agricoltori” guidata da Rao, Livatino e Gazzara.

Mentre infuriava con toni esagitati la battaglia municipale, il mondo entrava in guerra. Nel corso del conflitto la città, della quale furono alternativamente sindaci. Guarino Amella e Gangitano, visse in uno stato di accentuato malessere sociale che sfociò in alcune manifestazioni contro il carovita e la guerra di cui furono protagoniste le donne, già attive nelle proteste del 1898.

Il malessere continuò nel dopoguerra e diede luogo a una serie di battaglie sociali, le quali ebbero come protagonisti ancora le donne e diverse categorie di lavoratori. Furono lotte che accelerarono il processo di fondazione della Camera del Lavoro, inaugurata il 16 marzo 1919 alla presenza di Gaetano Rao, Domenico Cigna e Diego Cigna, suo primo segretario.

Ripresero anche le lotte del movimento contadino per l’applicazione dei decreti Visocchi e Falcioni sull’assegnazione delle terre incolte o mal coltivate; movimento che ebbe il suo massimo sviluppo con l’occupazione di ben otto latifondi, fra cui quello di Grottarossa dei Cucurullo nell’autunno del 1920, con la direzione dell’eroico agricoltore Gaetano Rinallo, socialista riformista, consigliere e assessore comunale.

Forti del sostegno dei movimenti organizzati dalla Camera del Lavoro, alle elezioni amministrative del settembre del medesimo anno i socialisti conquistarono la maggioranza ed elessero sindaco Rosario Livatino, che in Consiglio dichiarò solennemente di voler amministrare il Comune con «il concorso e la cooperazione di tutti per il bene di Canicattì e per il benessere del proletariato contro la borghesia per il trionfo degli alti ideali del Socialismo». E «per il benessere del proletariato» mantenne un rapporto di costante dialogo con la Camera del Lavoro. L’Amministrazione conseguì diversi risultati positivi fra cui la storica caduta della cinta daziaria, la fornitura della luce elettrica, l’apertura della Scuola di Arti e Mestieri e la regolarizzazione degli atti amministrativi. Il notabilato locale e le sue rappresentanze politiche, considerando queste conquiste “il pericolo rosso” da fermare, intrapresero nei confronti dell’amministrazione un’opera di ostruzionismo che si concluse alla fine del 1922 con il suo scioglimento.

Intanto, mentre la violenza mafiosa degli agrari e l’ascesa aggressiva del fascismo metteva fine al movimento per l’assegnazione delle terre, il 6 maggio 1922 Guarino Amella pronunciò alla Camera un discorso moderato, in cui proponeva la «trasformazione del latifondo» e la sua «colonizzazione interna».

L’appoggio di agrari e industriali, le divisioni della sinistra (a Canicattì si divise raggruppandosi attorno a tre leader: il comunista Pietro Guadagnino, il socialista massimalista Pasquale Gazzara e il neoriformista Diego Cigna) e la fragilità dell’opposizione aventiniana, in cui ebbe un ruolo istituzionale Guarino Amella, favorirono nel 1925 l’instaurazione del regime fascista. Nella dimensione locale iniziava il regime podestarile, terminato a Canicattì il 17 luglio del 1943 con la nomina di Guarino Amella a sindaco AMGOT.

Assieme alla miseria e alla disoccupazione la questione più difficile che nel secondo dopoguerra la città si trovò ad affrontare fu ancora una volta la richiesta di terra da parte dei contadini. A riaprirla furono i decreti Gullo, per la cui attuazione vennero costituite la cooperativa agricola La Proletaria, diretta da Domenico Messina, e la cooperativa di consumo La Popolare (i democristiani costituirono la cooperativa Libertas). Con le sue forti organizzazioni politiche, sindacali e cooperativistiche la città divenne presto uno dei luoghi più caldi del movimento contadino siciliano.

Alcuni agrari applicavano i decreti Gullo, altri invece vi si opponevano, anche con l’uso dell’intimidazione. A fine agosto del 1945 i contadini proclamarono uno sciopero che si concluse con gravissimi atti di violenza nei loro confronti. E violenze altrettanto gravi subirono nel corso del 1946 le sezioni comunista e socialista, sostenitrici delle lotte contadine. Nonostante questo clima di terrore, la sinistra vinse le amministrative e il 12 aprile venne eletto sindaco Diego Cigna. Ma nel corso dell’anno egli si scontrò con i socialisti di Pasquale Gazzarra, determinando una grave crisi amministrativa, risolta con le elezioni anticipate del 1947, i cui risultati confermarono la precedente vittoria del Blocco del Popolo e l’elezione a sindaco del comunista Francesco Cigna.

Scosso dalle prime conquiste sindacali e dalle vittorie amministrative della sinistra, il blocco agrario comprese che rischiava di perdere una battaglia storica; decise pertanto, incoraggiato dal favorevole quadro politico nazionale e regionale, di inasprire ulteriormente lo scontro di classe. In tutta la Sicilia nel corso del 1947 si ebbe un’escalation terroristica di inequivocabile marca agrario-mafiosa con attentati a singoli dirigenti delle Camere del Lavoro e con stragi: a Sciacca fu ucciso Accursio Miraglia, a Canicattì Antonio Mannarà scampò alla morte per la pronta autodifesa armata. Il Primo maggio si consumava la strage di Portella delle Ginestre, il 22 giugno e il 21 dicembre rispettivamente quelle di Partinico e Canicattì.

Quel 21 dicembre la Camera del Lavoro organizzò uno sciopero contro il carovita, la miseria e la disoccupazione. Mentre migliaia di lavoratori si radunavano in una piazza di una città ad alta tensione, gli organizzatori invitavano i commercianti a solidarizzare con i manifestanti, ma improvvisamente e da più punti vennero esplosi «su una massa di civili e su tredici militari dell’Arma dei Carabinieri, numerosi colpi di arma da fuoco»: fu una strage con quattro morti, tre contadini e un carabiniere, e parecchie decine di feriti, perlopiù contadini. Le indagini si svolsero a senso unico portando agli arresti non dei mandanti (la mafia agraria) e degli esecutori della strage (spararono anche dal balcone della sede dell’Uomo Qualunque), bensì delle vittime. Molti altri furono costretti alla latitanza in diverse parti d’Italia e perfino all’estero.

Decapitata del suo apparato dirigente e con una base smarrita, la sinistra attraversò un momento di sbandamento che ebbe come effetto un notevole ridimensionamento elettorale alle politiche del 1948. Nonostante ciò e i diffusi tentativi, attraverso le Prefetture, di sciogliere in Sicilia i Consigli Comunali di sinistra, a Canicattì l’amministrazione del Blocco del popolo resse ancora per ben quattro anni.

Le disavventure giudiziarie coinvolsero nel frattempo anche il sindaco Francesco Cigna e l’assessore Pasquale Gazzara per una vicenda riguardante il mercato nero, conclusasi in Appello con la piena assoluzione di entrambi. In assenza del sindaco inquisito, nel corso del 1949 e fino al 13 giugno 1950, l’Amministrazione fu guidata da pro-sindaci che dovettero affrontare, oltre a gravi emergenze sociali come la fame e l’epidemia tifoidea, l’ultima stagione di lotte che portò il 27 dicembre 1950 all’approvazione della legge di Riforma agraria. L’interpretazione e l’applicazione della legge trovò negli anni successivi notevoli ostacoli; infatti, gli agrari, rappresentati a Canicattì dal tanto celebrato Agostino La Lomia, il gaudente ed eccentrico barone amico di Lucky Luciano, si rivolgevano ai più grandi avvocati siciliani che utilizzando le scappatoie che la legge stessa offriva, facevano di tutto per boicottarla, fu la cosiddetta offensiva della “carta bollata”, che avrebbe ritardato per un lustro le assegnazioni delle terre.

Nelle elezioni amministrative del 1952 la sinistra fu superata dalla Democrazia Cristiana, e così, dopo sei anni di difficile amministrazione in uno dei periodi più drammatici della storia canicattinese, la sinistra passò all'opposizione.

A metà degli anni cinquanta terminava in tutta la Sicilia il ciclo di lotte per l’applicazione della Riforma, la quale, se da un lato mise fine al latifondo e alle condizioni di servaggio dei contadini, dall’altro non ebbe effetti di radicale trasformazione per la cattiva qualità delle terre assegnate e per la mancanza di mezzi necessari ad avviare una moderna ed efficiente gestione dell’azienda agraria.

La conseguenza immediata fu un’emigrazione funzionale allo sviluppo industriale del Nord Italia e al capitalismo internazionale, che ha disgregato la società contadina siciliana e messo fine a una civiltà millenaria, che solo «il sortilegio della parola» può riuscire a «farla ancora vivere» (D. Guadagnino). L’emigrazione toccò anche Canicattì dove, però, con la formazione della piccola proprietà terriera la Riforma creò una delle condizioni per quello sviluppo agricolo che avrebbe reso la città «regina dell’Uva Italia».

Esauritasi la lotta per la terra, qualche anno dopo iniziava un nuovo ciclo di rivendicazioni sindacali, di cui furono protagonisti gli edili e i braccianti agricoli, guidati per oltre un trentennio da Antonio Saccaro, erede di una lunga e generosa tradizione contadina.

I contadini Giordano, Russo, Rinallo e Messina rimangono i protagonisti simbolo della pagina più importante della storia del Popolo canicattinese, quella per l’abbattimento del latifondo appunto. Una pagina per troppo tempo ignorata, adombrata e talvolta mistificata da una storiografia che ha preferito alla nobile figura del contadino laborioso la povera figura del barone parassita. (Salvatore Vaiana)




* Pubblicato su "Argomenti per Canicattì", rivista del Rotary Club di Canicattì, giugno 2012.
LINK:
http://www.agrigentoierieoggi.it/mezzo-secolo-lotte-politiche-sindacali-canicatti-1892-1952/

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